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 Archeologia fusoria

AREA II - ARCHIVIO STORICO (ARS)

Cap. ARS-C01 - Archeometallurgia - Pag. ARS-C01.07

Gli argomenti trattati sono stati inseriti da Ing. Arch. Michele Cuzzoni nel 2012 - © Copyright 2007- 2024 - e sono desunti dalla documentazione indicata in Bibliografia a fondo pagina


 

Archeometallurgia dell'Oro

 

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L’oro è sempre stato considerato il metallo più prezioso. E’ infatti l’unico metallo giallo e fin dai tempi più antichi veniva quindi connesso al culto solare. Già nell’età del Bronzo esisteva un intenso commercio di oro e gioielli, particolarmente sulle rotte mediterranee provenienti dalle regioni orientali. Gioielli eseguiti nelle due più complesse tecniche di oreficeria - filigrana e granulazione - (Cfr. Pag. I02.03 "Tecniche di: Lavorazione - Decorazione - Orafe") di provenienza prevalentemente medio-orientale venivano esportati in tutto il mondo conosciuto, in particolare dai Fenici.

Il nome greco dell’oro è "chrysos" e deriva infatti da lingue semitiche: il suo significato dovrebbe essere “metallo giallo” (Liddell & Scott, 1996, 2001, s.v.).

Nel campo della metallurgia antica sono molti i termini estremamente arcaici che si sono mantenuti attraverso millenni (Makkay 1992) e possono dare preziose indicazioni nelle ricerche metallurgiche.

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L’oro si trova in diversi tipi di depositi: fluviali, detritici o in giacimenti veri e propri. I metodi di estrazione usati nell’antichità si adattavano naturalmente al tipo di giacimento.

L’oro fluviale veniva recuperato dalle sabbie aurifere in forma di pagliuzze ed ha ispirato, secondo Strabone, la leggenda del vello d’oro: in Colchide, velli di pecora venivano immersi nel fiume aurifero e la lanolina del pelo tratteneva le pagliuzze d’oro (Str. 11, 2, 19).

La famosa miniera d’oro spagnola di Las Medullas, descritta da Plinio (Nat.Hist., 33, 70-78), è invece un giacimento di tipo detritico e veniva coltivata con il metodo idraulico.

Le grandi miniere d’oro della Nubia, descritte da Diodoro Siculo (3, 12, 1-14) venivano invece scavate con il metodo classico e numerosissima mano d’opera.

 

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L’oro è altamente malleabile e, allo stato puro, si graffia molto facilmente. Per usi pratici, se non viene cioè usato solamente come riserva aurea in forma di lingotto, deve essere allegato con metalli meno nobili che lo rendono più resistente e meno soggetto ad usura.

Nel corso dei millenni c’è stata una chiara evoluzione nell’impiego delle leghe: dall’uso di oro naturale, contenente sempre percentuali variabili d’argento (tra 5 e 40%) (Waldhauser 1995; Hartmann 1970; 1982; Echt und Thiele 1994; Gobel et al.1991) si è presto passati, soprattutto per migliorare il colore, alla vera e propria allegazione con il rame (Hartmann 1970; 1982; Echt und Thiele 1994; Gobel et al.1991), che nell’oro naturale giunge a percentuali che oscillano intorno al 2 o 3 % (Tylecote 1976, 3-4, Table 3) ed è combinato alle caratteristiche impurità di metalli del gruppo del platino: platino, osmio, iridio e rutenio (Ogden 1976; 1977).

Solo dopo l’invenzione del metodo di purificazione dell’oro e con l’avvento della monetazione, vengono usate leghe standard, cioè di composizione regolare (Healy 1974; Notton 1974; Ramage and Craddock 2000).

 

Fig. 01 e 02 - Oggetti ornamentali romani

 

L’oro raffinato venne in origine impiegato soprattutto per la monetazione, per garantire un valore fisso. Le più antiche monete d’oro sono quelle del re Creso (VII sec. a.C) e provengono da Sardi in Asia Minore. Il processo di purificazione si diffuse gradatamente, non ovunque nello stesso periodo (Ramage and Craddock 2000; cfr. Cesareo e von Hase 1976), ma in modo relativamente veloce in tutto il Mediterraneo, prendendo il posto dell’oro naturale non allegato e le leghe per gioielleria acquisirono così anch’esse composizioni regolari.

La lega più comune divenne quella contenente circa 10 % di argento e fu usata anche in periodo romano (Cowell et al.1983; Pike et al 1997). Più tardi, l’oro venne allegato con argento e rame in percentuali variabili.

 

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Bibliografia

Bib-ST-000 - Testo di Ing. Arch. Michele Cuzzoni

Bib-ST-019 - Tratto da una monografia di M. Composta.

Bib-ST-020 - B. Rothenberg, The Ancient Metallurgy of Copper, Institute for Archaeo-Metallurgical Studies, Institute of Archaeology, University College London, London, Vol. 2, 1990.

Bib-ST-021 - D. A. Scott, Metallography and Microstructure of Ancient and Historic Metals, Getty Conservation Institute, The J. Paul Getty Museum, 2002 ISBN 0-89236-638-9.

Bib-ST-022 - W.H. Dennis, Metallurgy of the Non-Ferrous Metals, Sir Isaac Pitman & Sons Ltd,London1961.

Bib-ST-023 - S.U. Wisseman and W.S. WILLIMAS, Ancient Technologies and Archaeological Materials, Gordon and Breach Publishers, ISBN 2-88124-631-1.

Bib-ST-024 - L. Addicks, Silver in Industry, einhold Publishing Co. 1940.

Bib-ST-025 - C.L. Mantell, Tin its mining, production, Technology and applications, American Chemical Society, Monograph Series, New York 1949.

Bib-ST-026 - G.M. Ingo, S. Mazzoni, G. Bultrini, S. Fontana, G. Padeletti, G. Chiozzini, L. Scoppio “Small-area XPS and XAES study of the iron ore smelting process”, Surface and InterfaceAnalysis, 22 (1994) 614.

Bib-ST-027 - G.M. Ingo et al.”La pirometallurgia”, "Progetto Tharros", Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma 1997, 29.

Bib-ST-028 - Giumlia-Mair A., 2000, Argento e leghe “argentee” nell’antichità, 7° Convegno “Le Scienze della Terra e l’Archeometria”, Boll.Accademia Gioenia di Scienze Naturali 33, 357, 295-314.

Bib-ST-029 - R. F .Tylecote., 1976, A History of Metallurgy, London.

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